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venerdì 10 giugno 2011

Recensione: "Le case degli altri" di Jodi Picoult

Titolo: Le case degli altri
Autore: Jody Picoult
Editore: Corbaccio
Data uscita: 1 giugno 2011
Pagine: 650
Prezzo: 19,60 euro

Jacob Hunt è un teenager bravo in matematica, con uno spiccato senso dell’umorismo, estremamente preciso e organizzato e con una vita sociale senza speranze. È affetto dalla sindrome di Aperger, è artistico insomma, imprigionato in un mondo tutto suo. Il fratello Theo, un ragazzo normale, soffre delle attenzioni che i genitori riservano naturalmente a Jacob e per sentirsi veramente parte di una famiglia spia le case altrui… Tutto bene finché l’insegnante di Jacob non viene trovata morta dentro casa e i sospetti ricadono sul ragazzo, così diverso dagli altri, così imprevedibile… 



RECENSIONE: Regola numero cinque: “Prendersi cura del proprio fratello: è l’unico che abbiamo.”


Quella riportata nel titolo è una delle cinque regole vigenti in casa Hunt (le altre sono: Quando si fa disordine, mettere tutto a posto; Dire la verità; Lavarsi i denti due volte al giorno; Non arrivare in ritardo a scuola). Pochi, semplici e forse all’apparenza anche strani obblighi che però sono indispensabili come l’aria per Jacob, ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, che vive con il fratello minore Theo e la madre Emma. Una malattia, la sua, che appartiene allo specchio autistico, anche se in forma “leggera”. Questo problema non è solo suo, perché in realtà condiziona pesantemente anche la vita del fratello e della madre, che da anni hanno rivoluzionato il loro modo di agire, vivere e pensare.
Jacob è loquace, rispetta le regole, vive in simbiosi con la sua routine. Non capisce le battute, che interpreta alla lettera – come ogni altra frase, del resto – e di tanto in tanto si isola in quel suo mondo lontano, dove tutto è bianco o nero, senza alcuna sfumatura. E’ ubbidiente, anche quando ciò che deve fare lo infastidisce (vedi regola numero tre), adora l’analisi forense e passa i pomeriggi a vedere episodi di “Crime Busters” - il suo telefilm preferito – e ad allestire scene del crimine in casa (usando sciroppo d’acero con colorante rosso al posto del sangue) , disseminando indizi perché la madre possa poi tentare di risolvere il caso. Dopo aver puntualmente messo sotto sopra casa, tra schizzi di sangue finto, impronte e altri requisiti scenografici, ripulisce tutto (vedi regola numero uno). Inutile dire che a scuola, dove lui arriva sempre puntuale (vedi regola numero quattro) viene continuamente deriso dai compagni, che nel migliore dei casi lo chiamano “ritardato”. Jacob sa di avere l’Asperger, sa in che cosa consiste. E sa di non essere affatto ritardato.
L’autrice prende per mano il lettore e lo porta dritto nella testa di quello splendido personaggio che è Jacob. Ogni capitolo del libro è scritto dal punto di vista di un diverso personaggio: Jacob, Theo, Emma, Oliver (avvocato)e Rick (poliziotto). Posizioni che si rincorrono a ruota, ripetendosi in modo tale da fornire al lettore un quadro veramente completo della situazione. Quelli che ovviamente ho apprezzato (e amato) più di tutti sono i capitoli scritti dal punto di vista di Jacob. In quelle righe spiega non solo sé stesso, ma descrive anche la sua percezione del mondo esterno. Il lettore si mette nei suoi panni, e comprende che non si tratta di voler vedere o non vedere le cose allo stesso modo…è semplicemente come guardare il mondo indossando occhiali che hanno lenti diverse da quelle degli altri.
Jacob rifugge il contatto, fisico o visivo che sia; è praticamente incapace di mentire (regola numero due); ogni interruzione/modifica della sua routine lo manda in crisi; odia l’arancione, così come i numeri pari; sulla sua scrivania le matite sono tutte perfettamente allineate, nell’armadio i vestiti riposti secondo l’ordine dei colori dell’arcobaleno; risponde alle domande che lo mettono in difficoltà con battute tratte da film famosi; non sopporta il rumore di carta accartocciata o il fruscio dei capelli sciolti, così come le luci forti e lampeggianti. Questo e molto, molto altro ancora.
Quello che voglio dire è che, al di là della trama, ciò che mi ha fatto innamorare di questo libro è stata la meravigliosa introspezione dei personaggi. Le paure e le preoccupazioni di Emma, il fatto che a volte si ritrovi – inevitabilmente – a confrontare i due figli. La sua forza di volontà, la sua tenacia. Poi abbiamo Theo, altro punto cardine di questa storia che si presenta al pubblico proprio come un racconto sul singolare e delicato rapporto tra fratelli. Theo, che non riesce a vivere quella che lui chiama una vita “normale”, per via di quel fratello che lo mette a volte in imbarazzo, impedendogli di farsi degli amici (che fuggono a gambe levate, una volta conosciuto Jacob). Theo, che si sente spesso messo da parte, perché Jacob, con i suoi problemi, cattura l’attenzione della madre e viene sempre al primo posto. Theo, che è il fratellino minore, ma di fatto non lo è mai stato e – a quindici anni – deve “occuparsi” del fratellone diciottenne, un ragazzone alto oltre un metro e ottanta che da fuori di matto se non può fare la doccia per primo la mattina, o se la solita commessa del supermercato risulta assente (pesante modifica della routine). E infine, Theo che guarda con invidia le case degli altri, immaginando famiglie felici e serene, famiglie “normali”. E’ il suo desiderio nascosto, soffocato dall’innegabile realtà della sindrome di Asperger. Lui le guarda, le case degli altri. E – a volte – ci entra.
Sulla trama non mi dilungo molto, è giusto che ognuno la scopra da sé: senza incappare in spoiler – non aggiungo nulla di più rispetto a quanto riporta la quarta di copertina – la storia si basa fondamentalmente su un singolo evento scatenante, con effetto a cascata a seguire. Dopo una prima parte introduttiva (veramente stupenda) nella quale vengono presentate i vari personaggi, si entra nel vivo della vicenda. Jess, l’insegnante privata di abilità sociali che segue Jacob (una delle poche persone che il ragazzo apprezza e con la quale si trova a suo agio), viene all’improvviso ritrovata morta. Omicidio, è il verdetto degli investigatori (tra cui il sopracitato Rick, il cui punto di vista trova spazio in diversi capitoli). Prima i sospetti si concentrano sul fidanzato di Jess, l’odioso Mark, poi – complice il particolare comportamento tipico di Jacob – si spostano sul ragazzo. E’ a questo punto della storia che interviene l’ultima, importante figura: Oliver, l’avvocato di Jacob. Interrogatori, accuse, deposizioni e quant’altro non sto qui a raccontarvele: vanno lette nero su bianco, apprezzate per i loro risvolti insoliti, per il taglio che l’autrice ha saputo dare a questa storia che – riproposta altrove, da qualcun altro e con altri personaggi – sarebbe anche potuta sembrare piatta o banale. Invece Jodi Picoult ha saputo creare qualcosa di veramente bello, un piccolo gioiello del quale ha rifinito – con pazienza, capacità e amorevole cura – ogni singola sfaccettatura. Non ho dubbi sul mio giudizio finale e complessivo: cinque stelline. E chi mi conosce sa che per me tale voto rappresenta un evento piuttosto raro. Ma “Le case degli altri” se le merita tutte. Per questo non aggiungo altre parole e mi limito a consigliarvelo caldamente: Leggetelo, ne vale veramente la pena.


Mappalibro: "Le case degli altri" è inserito nella lista dei libri mappati sul blog Sfogliando,  con un segnaposto, al numero 29 in elenco.

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